Il Decretò Dignità mette subito alla prova la seria A, stop alle sponsorizzazioni dal 2019

Il Decretò Dignità mette subito alla prova la seria A, stop alle sponsorizzazioni dal 2019

Il Decreto Dignità non farà bene alle casse delle società di serie A a causa dell’articolo 9, quello sul divieto assoluto di pubblicità e sponsorizzazione del gioco d’azzardo. Il provvedimento è entrato in vigore a luglio ed è stato convertito in legge un mese dopo, cominciando a maturare i suoi effetti che già oggi ricadono sui soggetti coinvolti: gestori del settore, certo, ma anche piccole e grandi società sportive.

La massima categoria del calcio italiano sarà tra le prime realtà ad essere colpite dal decreto: dal 1° gennaio 2019 perderanno validità tutti i contratti per le sponsorizzazioni, a differenza degli accordi pubblicitari, cui si potrà tenere fede almeno per l’arco di un anno solare (se il contratto è stato stipulato prima del 15 luglio 2018, data di entrata in vigore del decreto).

All’epoca del passaggio della legge da Camera a Senato, la Lega serie A ha inoltrato un comunicato stampa al Governo, cofirmato da Lega Serie B, Lega Basket e Lega Pallavolo Serie A maschile e femminile, ecco il testo:

In merito alla conversione in legge del decreto n.87 del 2018 (c.d. Decreto Dignità), Lega Serie A, Lega Serie B, Lega Basket e Lega Pallavolo Serie A Maschile e Femminile esprimono unanimemente la propria preoccupazione sull’impatto che il divieto di pubblicità e sponsorizzazioni per giochi e scommesse con vincite in denaro avrà sulle risorse dello sport italiano, professionistico e amatoriale e chiedono di essere coinvolti nel processo di riordino del settore del gioco d’azzardo.

Condividendo l’importanza dell’obiettivo di lotta all’azzardopatia fissato dal Governo, le rappresentanze del mondo sportivo italiano hanno apprezzato la decisione del Parlamento di inserire in legge un impegno del Governo per una riforma complessiva in materia di giochi per eliminare i rischi connessi alla malattia da gioco d’azzardo e contrastare il gioco illegale e le frodi a danno dell’erario derivanti dal gioco illegale.

Auspichiamo che questo percorso di riordino scaturisca dal confronto non solo tra Governo, Agenzia dei Monopoli e operatori dei giochi con vincite in denaro, ma anche dal coinvolgimento del mondo dello Sport, dati gli effetti che avrà sulla competitività economica e agonistica del settore. Da parte loro, Lega Serie A, Lega Serie B, Lega Basket, Lega Volley Maschile e Femminile intendono mettere a disposizione del contrasto all’azzardopatia e ad ogni devianza e dipendenza le proprie competenze e il ruolo educativo e di modello positivo da sempre costituito dallo Sport, facendosi parte attiva e propositiva in questo percorso”.

Dal comunicato emerge quello che sembra essere il comune sentimento nei riguardi del decreto: apprezzamento misto a ritrosia. Da una parte c’è la causa assolutamente di primaria importanza del contrasto alla ludopatia o disturbo da gioco d’azzardo, dall’altra figurano però i notevoli interessi economici che per lustri hanno legato saldamente il mondo dello sport a quello del betting.

Il decreto in effetti non stanzia direttamente dei fondi per le cure o delle misure a tutela del giocatore, nella convinzione che eliminando la pubblicità sarà possibile contrastare l’aumento dei giocatori attratti da facili guadagni. Ciò significa che non è previsto un calo del flusso di gioco così immediato e drastico, almeno non nei prossimi anni, e non è una previsione approssimativa ma una valutazione del Ministero Economia e Finanze che segnala come il governo non preveda una diminuzione del flusso di gioco nel prossimo lustro (tanto da programmare un leggero e graduale aumento del PREU).

Considerata la crescita della raccolta dei bookmaker che hanno avuto la grande abilità di portare online e su tutte le piattaforme non solo le scommesse sportive ma anche tutti i classici del casinò (dalle slot alle roulette) il problema toccherà queste realtà nel medio lungo periodo, ma è da vedere come e soprattutto in che misura.

Chi invece vedrà subito un reale effetto sulle proprie casse sono, appunto, le società che hanno firmato contratti con betting partner e si trovano oggi senza quegli introiti che avrebbero avuto assicurati da contratto. Prendiamo ad esempio le squadre della capitale: la Lazio aveva firmato un triennale da 7 milioni di euro l’anno, la Roma un triennale da 5 milioni di euro l’anno, entrambe con società di betting per cui a gennaio questi contratti dovranno essere rescissi. Ma non solo, citando altri esempi abbiamo il Rimini FC che ha già rescisso il contratto prima dell’inizio della stagione e il Catania, che invece sfrutterà l’anno di proroga offerto dalla legge, ma cesserà comunque la sua sponsorship con l’avvento del nuovo anno.

Si potrebbe andare avanti all’infinito. Nella sola serie A, ben 11 società su 20 hanno un betting partner, comprese tutte le squadre più forti del campionato: Juventus, Milan, Roma, Napoli, Inter, Cagliari, Genoa, Lazio, Sampdoria, Torino e Udinese sono legati ad un gestore di scommesse sportive, mentre al contrario non ci saranno cambiamenti per Atalanta, Bologna, Chievo Verona, Fiorentina, Sassuolo, Empoli, Frosinone e SPAL che non hanno accordi di questo genere.

A questo punto, le società si mettono a disposizione del Governo, lo dicono nel comunicato e d’altronde non possono fare altro, ma la richiesta che muovono è chiara e simile a quella degli altri interessati (società di betting et similia): che vengano sentite le ragioni del mondo dello sport.

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