Il Cinquecento a Firenze: recensione della mostra di Palazzo Strozzi. Ne parla il critico d’arte Angelo Bartuccio

“Il Cinquecento a Firenze”, è questo il titolo dato dalla Fondazione Palazzo Strozzi alla grande mostra che si svolge dal 21 settembre 2017 al 21 gennaio 2018 nel palazzo che fu dell’omonima, ricca e influente famiglia di banchieri fiorentini. Il titolo della mostra, semplice, lineare e di facile presa, rappresenta un sunto efficace alla tematica della mostra stessa, o forse per essere più precisi, alle tematiche. Infatti, il Cinquecento è disgregato nelle sue decine di sfaccettature: politica, religione, maniera per citarne alcune, tutte ricondotte e approfondite attraverso la concretezza dell’arte pittorica di grandi maestri. Sono tanti, infatti, i nomi che di grandi artisti che si rincorrono per le sale di Palazzo Strozzi: Rosso Fiorentino, Pontormo, Bronzino, Santi di Tito, Andrea del Sarto, Giambologna e molti altri, tra i quali anche una buona rappresentanza di pittori nordici che hanno fatto a Firenze la loro fortuna. Nella visita alla mostra sono individuabili due fili rossi che proseguono inizialmente in modo parallelo, per poi intrecciarsi in una soluzione comune: troviamo la linea guidata dalla sperimentazione propriamente artistica del manierismo, che insegue le forme rinascimentali di Michelangelo e Raffaello, pochi anni dopo la morte di quest’ultimo. Il secondo filo conduttore è quello della controriforma e di come l’arte si sia dovuta adeguare per rilanciare visivamente il messaggio del Cristianesimo Cattolico, soprattutto negli anni del Concilio di Trento, ma di questo parleremo più avanti.
sala-1-Palazzo-Strozzi-683×1024
La prima sala introduce fortemente alla macroarea tematica del manierismo. A confronto, fortemente scenografico, ma anche molto significativo, sono posti una scultura di nudo michelangiolesco con il “Compianto sul Cristo morto” di Andrea del Sarto. L’immagine mette in evidenza come il riferimento sia, per Andrea, ancora di stampo rinascimentale proiettato a Michelangelo, che ritorna nel corpo di Cristo, ma le atmosfere, i colori, le sensazioni sono tutti cambiati rispetto alla pittura del Rinascimento; si viene introdotti immediatamente al manierismo.
Punto focale e forse più famoso della mostra è lo splendido confronto a tre tra Rosso Fiorentino, Pontormo e Bronzino. Tale confronto è realizzato sullo stesso tema: quello della Deposizione e del Compianto di Cristo e ciò permette di notare al meglio l’evoluzione della tecnica e dei cromatismi, invece, che del tema.
Deposizione di Volterra, Rosso Fiorentino, 1521
Ciò che più salta all’occhio guardando queste tre opere è il cambiamento dei cromatismi, che in Rosso appaiono particolarmente forti e a tratti molto particolari, come la pelle olivastra del Cristo, e che già in Pontormo, successivo di pochissimi anni, cominciano a diventare più pallidi, meno naturali, con una luminosità imposta dall’esterno che annulla il sentimento tonale che aveva animato una parte del Rinascimento. Pontormo e Bronzino pieni dello spirito manierista si volgono facilmente al virtuosismo cromatico e giocano con la scala delle tonalità del blu; il risultato è una sovrapposizione meravigliosa, non una mescolanza di una stessa tinta e delle sue infinite variazioni a seconda della luce Altra importante frattura con l’età rinascimentale è l’esplicitazione del sentimento: la scena e teatralmente costruita e l’atmosfera è drammatizzata, i personaggi non vivono più le loro passioni in modo più intimo e idealizzato, ma le esprimono in maniera esplicita e concitata. Il confronto è utile anche per comprendere posizioni opposte nella tecnica, in maniera particolare cromatica, che sussiste tra Rosso e Pontormo e della quale Bronzino sembra rappresentare il compromesso finale.
Un’opera che mi ha molto colpito è stata sicuramente la “Resurrezione di Cristo” di Santi di Tito, che sembra testimoniare l’apertura maggiore che i pittori fiorentini, da sempre chiusi entro la propria città, hanno verso la pittura del nord Italia, in maniera particolare lombarda e veneta.
Santi-di-Tito-Resurrezione Santi-di-Tito-Resurrezione corposcorcio Jacopo_Tintoretto
A guardar bene, infatti, l’uomo caduto a terra e visto di scorcio ricorda fortemente la posizione del Corpo di San Marco del Tintoretto, anche se non è abbandonato il riferimento toscano alle muscolature michelangiolesche o alle lance prospettiche a ricordo quasi di Paolo Uccello e della “Battaglia di San Romano”. Altro riferimento è probabilmente la grande “Sala dei Giganti” di Mantova affrescata negli anni trenta da Giulio Romano, rintracciabile soprattutto nel movimento ascensionale di figure con una forte resa volumetrica.
Come anticipato all’inizio dell’articolo, un altro filo rosso attraversa la mostra ed è quello della controriforma. In questo contesto ritorna particolarmente utile, nuovamente, la “Resurrezione di Cristo” di Santi di Tito (sotto riproposta più in grande)
Santi-di-Tito-Resurrezione
Essa rappresenta la semplificazione dell’immagine proposta durante il periodo controriformista, negli anni attorno al Concilio di Trento. La Resurrezione qui rappresentata è una pala d’altare, ma la sua versione in piccolo potrebbe facilmente essere usata per un’immaginetta di devozione privata e individuale. La controriforma cerca quindi di riavvicinare il fedele alla religione cattolica, semplificandola e rendendola più accessibile; anche per questo i personaggi dei dipinti del tempo vestono alla maniera cinquecentesca, affinché ci si possa sentire parte integrante della scena sacra nella propria quotidianità.
Il filo conduttore della Controriforma sembra animare ultimamente le piazze museali italiane e se a Firenze, nella storica location di Palazzo Strozzi, la controriforma è stata osservata dall’ambiente artistico italiano, a Troina, in Sicilia, lo stesso tema è stato seguito dalla parte opposta, dal nord europa, attraverso la pittura di Rubens, in una mostra conclusasi a settembre.
Mostre: ‘Rubens e la pittura della Controriforma’ a Troina
Nella mostra di Troina è stato possibile osservare il nordico Rubens, come strenuo difensore della morale controriformista spendere il proprio virtuosismo in opere sacre che fossero vicine al pubblico e ad esso accessibile. La doppia esperienze di Troina e Firenze aiuta ad aprire gli occhi sulla controriforma come fenomeno artistico di portata internazionale, così come le sue varianti politiche e religiose.
Un’interessante sezione della mostra di Palazzo Strozzi è stata dedicata all’altra faccia della medaglia della pittura dell’età della controriforma, la versione più pagana legata alla rappresentazione mitologica ed allegorica delle quali vi offro due esempi di particolare interesse. IL primo è “Amore e Cupido” di Alessandro Allori.
tumblr_maysj63GBY1rw4p1eo1_1280.jpg
Il tema pagano, forse per un adattamento maggiore, sembra allontanarsi dalle modifiche manieriste e ripercorre sentieri già battuti dal classicismo tradito in minima parte da accenti cromatici particolari e più consoni al periodo di reale esecuzione.
Il secondo esempio è “La notte” un dipinto allegorico di Michele di Rodolfo del Ghirlandaio, solitamente in mostra presso la Galleria Colonna a Roma.
18891201731_28bfeaa910_b.jpg
La notte è qui rappresentata come una fanciulla nuda distesa su un drappo di un blu che ricorda il cielo della sera, che scopre lentamente la maschera simbolo dell’inganno del sogno. Appollaiata vicino alle sue gambe vigila una civetta, forse a ricordare l’incubo, ripreso poi, almeno in parte, dalle due maschere contrapposte nell’angolo in basso a sinistra.
L’ultima sala della mostra fiorentina propone uno sguardo veloce al primo Seicento ancora terra battuta dai pittori della grande stagione manierista; tra questi ancora una volta c’è Santi di Tito nella “Crocifissione con Santi”.
Santi_di_tito,_visione_di_san_tommaso_d’aquino
L’immagine è ancora controriformista e riconducibile nelle potenzialità d’utilizzo alla Resurrezione, ma i cromatismi sono cambiati e si presentano maggiormente smorzati. Si comincia a individuare anche una buona attenzione al particolare e alle volumetrie delle figure, che conquistano lo spazio in modo più stabile e meno volatile. Il ritmo ascensionale c’è, ma appare controllato e meno tumultuoso dell’opera precedente.
Spero che questa recensione abbia acceso in voi, cari lettori, la voglia di andare a visitare quest’importante mostra di Palazzo Strozzi, che davvero aiuta a comprendere, attraverso l’arte, la totalità di un periodo molto importante della nostra storia passata.
Angelo Bartuccio

Visite: 254

Condividi questo Articolo

GUARINO-ASSICURAZIONI