Enna, una intera città da l’ultimo saluto a Maurizio Vaneria

Quando padre Salvatore Frasca, che officia, insiene a padre Mario Saddemi, padre Salvatore Chiolo e al diacono Demetrio Cardaci, il funerale di Maurizio Vaneria, il ciclista investito, lo scorso martedì sulla Pergusina, sale  sul pulpito per leggere il Vangelo, va via la luce e un lampo cade con un fragore assordante a pochi metri della chiesa. Anche il cielo si rivolta per la morte di un innocente, reo di essersi trovato, per passione e amore dello sport, in un posto sbagliato al momento sbagliato. L’Eremo di Montesalvo é troppo piccolo per contenere i tanti, amici, sportivi, il mondo della scuola, parenti, ciclisti e atleti, che sono venuti a salutare per l’ultima volta Maurizio. Ci sono occhi lucidi e lacrime e palesi. Tutti vogliono stringere la moglie Loredana e i figli Serena e Davide, che si tengono abbracciati. Davide, il maggiore dei figli con le forti braccia da ventenne. li racchiude tutte. Quella mamma che sembra diventata piccina piccina e la sorella, Serena che non ha più lacrime. ” Sono fiera di te papà – dice la ragazza, anche lei con la passione per l’atletica, in una lettera al padre al termine della funzione – Sei stato sempre il mio faro, il mio esempio e voglio che anche tu sia fiero di me. Mi hai trasmesso la passione per lo sport. Ti prometto che da oggi mi allenerò con costanza , correrò sempre per te” . Non c’è spazio per la rassegnazione in quella chiesa troppo affollata . Il dolore per la perdita di un uomo, grande lavoratore e buon padre e marito, che tornava dal suo allenamento quotidiano sembra toccarsi.  “Oggi  é questa famiglia che è ai piedi della Croce – dice padre Frasca nell’omelia, riprendendo il Vangelo II° Giovanni, con Maria che contempla in silenzio la morte del Cristo . E il prete parla di ” morte immeritata” per correggere subito dopo il tiro in “ morte inaspettata”. Mai la morte può essere meritata ma ancor meno in questo modo. Ucciso per strada, senza un perché da un uomo nato il 17 maggio del 1966, lo stesso giorno, lo stesso mese e lo stesso anno di Maurizio che ha investito.  Pasquale Mingrino, l’uomo che ha travolto e poi è scappato, fermato dalla Polizia Stradale all’indomani dell’incidente a Pietraperzia, vicino ad una carrozzeria, dove pensava, forse, di cancellare i segni della morte da quell’auto. Come se tutto si potesse aggiustare e cancellare.  Non lo nomina mai il prete, ma il riferimento è chiaro quando parla di non accanirsi verso altri, di pensare che il tempo aiuterà a pensare al perdono e alla rassegnazione. Un sentimento che oggi è lontano. “Non avrei mai pensato di partecipare al tuo funerale – dice Francesco Rindone, vigile del fuoco, amico e compagno di allenamento di Maurizio. Ha la voce rotta dal pianto quando racconta i tanti successi nelle competizioni. E così anche Francesco Profeta, presidente del Gruppo Sportivo di Valguarnera, paese d’origine di Maurizio. C’è ancora la chiesa stracolma quando la lettera della figlia Serena, fa piangere tutti e quando un rappresentante della famiglia sale sul pulpito per dire grazie, a nome della famiglia, per l’affetto che tutti hanno dimostrato. E un lungo applauso saluta il feretro che va via, accompagnato dalla moglie e dai figli per l’ultimo viaggio.

Pierelisa Rizzo

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