Enna, quando una “silenziosa” burocrazia “uccide”. Chiude l’Albergo Sicilia

Quando una burocrazia di concezione borbonica e per certi versi pilatesca riesce ad “uccidere” una importante testimonianza storica della città ma ancor di più toglie il posto di lavoro a 6 padri di famiglia. Succede a Enna e la vicenda è quella dell’Hotel Sicilia che dal prossimo 20 novembre dpo 35 anni, dovrà chiudere i battenti secondo una ordinanza del Sindaco (costretto per legge ad emetterla) perchè l’immobile non ha più i requisiti richiesti dai Vigili del Fuoco ai sensi delle normative vigenti in materia di sicurezza antincendio. Ma questo accade non perchè chi lo gestisce la società Aiti Srl delle famiglie Curatolo e La Martina non voglia effettuare gli interventi di adeguamento e che tra l’altro ammontano a poco meno di 600 mila euro, ma perchè ormai da diversi anni si è avviato un contenzioso tra la Aiti ed il proprietario dell’immobile vale a dire l’ex Provincia Regionale oggi Libero Consorzio dei Comuni, che negli anni si è “incartato” e dove se non c’è un minimo di buonsenso è destinato ad arrivare all’estrema decisione ovvero quello che vedrà lo storico Albergo, in pieno centro cittadino in piazza Colajanni dal prossimo 20 novembre spegnere le luci. Così in una città dove l’apertura di una nuova attività economica con la creazione di un nuovo posto di lavoro viene vista sempre come una vittoria importante contro la crisi economica ed un importante segnale di speranza ed ottimismo in particolare per i giovani che rimangono in città, accadono anche di queste cose paradossali, che a causa di cavilli norme e regolamenti, che ad essere sinceri sembrano più beghe e ripicche da cortile, una struttura con 50 posti letto, ma con potenzialità anche sino a 130 tra meno di una settimana dovrà chiudere, lasciando un pesante e vuoto sia da un punto di vista economico che culturale nella città. E’ fuor di dubbio che alla base di tutto c’è il rispetto delle leggi e regolamenti. Ma è anche vero che tutti gli attori coinvolti in questa vicenda sia di carattere pubblico che privato ma anche associazioni di categoria, parti sociali e altri ancora hanno il dovere nei confronti prima di tutto dei sei padri di famiglia che rischiano di perdere il posto di lavoro di tentare le opzioni possibili per evitare la chiusura.

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