Enna, presentato al Castello di Lombardia il libro di Antonio Ortoleva “C’era una volta l’India e c’è ancora”

In una dolce, se pur frizzante, serata all’aperto è stato dato il benvenuto all’autunno con un appuntamento culturale al castello di Lombardia di Enna che gli abitanti intendono valorizzare come prezioso patrimonio culturale.
Un libro, tante foto, su un tema specifico: l’India, con le sue caratteristiche, col fascino delle sue due facce coesistenti, la tradizionale e la moderna. 
Fin dal titolo “Cera una volta l’India e c’è ancora” l’autore Antonio Ortoleva suggerisce questo aspetto caratterizzante del Paese da lui raccontato, l’antico e il nuovo, il fascino del passato millenario, l’urgenza del presente. Sono i due aspetti, natura e cultura, tradizione e progresso, che ogni persona pensosa e sensibile vorrebbe coniugare e sentire armoniosamente uniti in se stessa.
In quest’ottica si presentano le fotografie di Sonia Luisi, napoletana abitante a Marsala, che sa cogliere ed evidenziare particolari significativi del multiforme e variopinto mondo indiano anche svelando intime vibrazioni. Il sodalizio tra i due artisti è sorto spontaneo, in occasione della presentazione del libro di Ortoleva a Marsala. L’autore infatti ha portato in giro la sua opera in vari centri dell’isola riscuotendo sempre interesse. Nato a Catania, ha abitato a lungo a Palermo dove è stato redattore del Giornale di Sicilia, ha casa anche ad Enna di cui ha curato per anni la pagina locale del GdS.
L’introduzione alla lettura del suo libro è un suggestivo approccio al testo, che è stato definito libro-reportage, essendone autore un giornalista, che ha visitato i luoghi e li racconta con vivacità, dovizia di colte precisazioni, riferimenti letterari e puntuali dati statistici. Ma è anche un libro dell’anima, scritto con sentimento, in piena adesione allo spirito del territorio rappresentato, che è quello orientale dove la saggezza trionfa e vige il rispetto degli altri. Tutti e ciascuno: uomini, animali, piante, sensibili creature. E il trascendente predomina sull’immanente.
Ma l’India è un Paese vasto, popoloso e variegato, un mondo originale dalle mille sfaccettature, in cui all’esotico si alterna lo stile occidentale importato, un mondo che Ortoleva è riuscito a sintetizzare in circa 90 pagine affascinando il lettore e trasportandolo ora negli spazi convulsi di una megalopoli caotica e indisciplinata, ora negli spazi contemplativi del silenzio e della meditazione.
La prosa è levigata e incisiva, con venature, a tratti, di quell’ironia che appartiene al migliore stile giornalistico e conferisce piacevolezza al periodare.
Dall’autore sono rappresentate le due facce opposte della stessa medaglia, da una parte l’aggressività dei potenti dall’altra la remissività dei derelitti, da una parte il comfort all’occidentale dall’altra tuguri e il minimo per la sopravvivenza, e questa miserabile condizione di vita è accettata non con passiva sospirante rassegnazione ma con dignitosa filosofia: “ça ira” dicevano i rivoluzionari francesi alludendo a un futuro migliore, “le cose andranno meglio nella prossima vita” pensano i poveri cristi indiani induisti.
Ogni capitolo tratta un argomento importante per la conoscenza e comprensione di quel territorio. Uno è dedicato ai buchi neri e cioè agli errori commessi, alla dannosa ingerenza occidentale, alla speculazione americana che ha provocato vittime e crisi economiche. Un altro, il più lungo, è dedicato alla spiritualità perché l’India è il paese di Siddharta e di Gandhi, per nominare i più noti; altro mistico conosciuto in occidente è Yogananda, ma sono tanti che “potrebbero riempire uno stadio” afferma Ortoleva. I messaggi da loro lanciati sono amore, rettitudine, non violenza. La tecnica praticata è la meditazione nel silenzio per spaziare nell’infinito. L’India è la patria dello yoga.
Ai primi capitoli che trattano i temi principali ne seguono altri non secondari, perché inseriti nel contesto generale caratterizzante: gli animali sacri, le prostitute avviate al mestiere col benestare dei parenti e dell’intero villaggio, le medicine portentose, le spezie aromatiche, i monili di cui ogni donna ama adornarsi: preziosi quelli delle persone ricche, a buon mercato quelli delle più povere, come il sari, di seta o di cotone, costoso o no, in ogni caso colorato e decoroso.
Si trascrivono, per concludere, i versi (da Il Giardiniere)                                                                                                                                                                                    con cui Tagore, il poeta anglo bengalese premo Nobel 1913, si congeda dal lettore: “Nella gioia del tuo cuore possa tu sentire / la gioia vivente che cantò / in un mattino di primavera, / mandando la sua voce lieta / attraverso un centinaio d’anni.”                        Anna Maria De Francisco
 



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