Comitato Promotore per i Diritti dei Cittadini sul Giorno della Memoria

27 gennaio è la giornata della memoria, che ricorda quando nel gennaio 1945 furono abbattuti i cancelli del campo di prigionia di Auschwitz da parte dei soldati sovietici dell’Armata rossa.

Questo Comitato venuto a conoscenza di due concittadini, Alvano Francesco Paolo e Tranchida Angelo che erano stati internati in campo di prigionia, nel mese di maggio 2015 prese l’iniziativa di scrivere alla Presidenza del Consiglio dei Ministri per la concessione di una medaglia ricordo. L’ufficio di Presidenza competente si dimostrò sensibile e disponibile rispondendo positivamente alla richiesta, già nel mese di agosto telefonicamente con la richiesta di mandargli la documentazione cosa che fu fatta e il giorno 15 gennaio 2016, telefonicamente ha informato il Comitato che la documentazione è pronta per andare in Commissione competente che si riunirà fra febbraio e marzo e che la medaglia gli sarà consegnata il 2 giugno 2016.

Per quanto riguarda ALVANO Francesco Paolo, classe 1921 tutt’ora vivente, la documentazione dei motivi della richiesta della medaglia ricordo è stata fatto presente che la sua storia si trova scritta in un libro che si riporta:

Dal libro di V. Mikailov – V. Romaovski “Non bisogna perdonare” del 1967(per conto di U. Mursia e C. da “La Varesina Grafica” Azzate(Varese) si trova scritto che il “comando hitleriano abbandonò a loro destino i propri alleati. Esso rifiutò i trasporti agli italiani che furono costretti a raggiungere a piedi i centri di riordinamento distanti centinaia di chilometri dal fronte”.

“Sporchi, affamati, avviluppai in stracci per difendersi dal freddo, i soldati italiani vagavano per le strade dei boschi della Bielorussia”. “ In quel periodo era in atto là un vasto movimento partigiano. Contrariamente alla propaganda nazista contro i partigiani sovietici un esempio caratteristico annotato il 17-4-1943 da uno dei più attivi partecipanti ed organizzatori del movimento partigiano della zona di Gomel , A. D. Rudak racconta: “l 7-7-1944 presso Vilnius, i partigiani strapparono agli hitleriani in ritirata una colonna di prigionieri italiani rinchiusi nei campi di concentramento, compreso il lager n. 352, nei pressi di Vilnius, ve n’erano di quelli portati nel lager n. 352 dalla Grecia, dalla Jugoslavia e da altri paesi, fra questi vi era il militare Paolo Alvano di Enna, era un soldato semplice dell’81° reggimento, della divisione “Venezia”.

Dall’agosto 1942 al dicembre 1943 fu nel Montenegro(Jugoslavia); il 5 dicembre 1943 fu preso prigioniero dagli hitleriani a Plavi ed inviato a Minsk nel campo di concentramento n. 352. Una testimonianza fu fatta ai rappresentanti della Commissione Straordinaria Statale da un ex detenuto dello “stalag” n. 352 il 17-7-1944”. L’intero territorio era circondato da due file di reticolato di filo spinato, alti da due metri a tre metri.

Lungo i reticolati c’erano delle torri di guardia munite di riflettori. I prigionieri di guerra stavano in baracche di legno e rimesse semi-scadenti. Con il sopraggiungere della notte non era permesso uscire dai locali. Chi violava tale disposizione veniva fucilato. All’interno delle baracche era proibito categoricamente usare illuminazione. Se le guardie vedevano una luce, aprivano immediatamente il fuoco contro le finestre.

Nelle baracche non esisteva il riscaldamento e nemmeno un pavimento di tavole, era terra battuta. In quelle baracche regnava una sporcizia, un puzzo e un oscurità terribile. Gli uomini che da mesi non si lavavano, mangiavano pidocchi. Nella baracca mancava l’acqua e per smorzare la sete raccoglievano la neve mista a fango. Il pasto consisteva in una distribuzione giornaliera di 80-100 grammi di pane e di due mescoli di zuppa d’orzo, cotto con patate gelate marce e paglia. In due settimane anche chi era in grado all’inizio di muovere le gambe rimaneva sfinito.

La mortalità a causa della fame e dal freddo e delle percorse era altissima. Ogni mattina venivano trascinati fuori dalle baracche 100-150 cadaveri che venivano ammucchiati come legna in una catasta. Durante la notte lo strato inferiore dei cadaveri si gelava nel fango e per portarli nella fossa, durante la pulizia occorreva farli a pezzi. Fra gli italiani liberati dai partigiani nei pressi di Vilnius, ve ne erano di quelli portati nei lager n. 352 dalla Grecia, dalla Jugoslavia e da altri paesi

Nel campo di concentramento nel lager n. 352 dove vi erano circa 3500 soldati italiani. I prigionieri , venivano picchiati sistematicamente e torturati, un tipo di punizione era la fustigazione pubblica, con verghe, scudisci, fruste di cavi, bacchette di fucili e spesso costringevano a compiere questa infame punizione, pena la loro vita, gli stessi detenuti. Il loro passatempo preferito era il tiro a “Bersaglio mobile”.

Mentre per quanto riguarda Tranchida Angelo del 1919, S. Ten., ora morto, fu fatto prigioniero il 9-9-1943 alle ore 8 da un reparto tedesco nell’aeroporto di Amterien(Lione), ove prestava servizio con i suoi soldati. Il 5-10-1943 è arrivato a Leopoli fino al 10-1-1944. Internato a Wietzendorf(Germania) con il numero 30.300, designato nel campo di concentramento Ollag. 83. Fu anche in Polonia. Scrisse alla famiglia con la carta intestata, come corrispondenza degli internati di guerra il 15-12-1944.

Tranchida Angelo, il terzo di 11 figli, il padre vecchio socialista, uomo probo e onesto e di grande umiltà, quando nel dopo guerra fu assunto in Prefettura , poi dirigente dell’ufficio di ragioneria e fu nominato commissario dell’ospizio di mendicità, vedendo quegli anziani nell’ex convento dei cappuccini, un locale malsano e freddo con vista del camposanto e che per guadagnarsi il vitto dovevano seguire e scortare i morti in arrivo al cimitero, lui ricordando il periodo della guerra, della prigionia e del campo di concentramento, promise e la realizzò una casa decente di accoglienza per gli anziani, dove si trova attualmente.

Il Comitato ritiene cosa giusto ricordare i due concittadini ed altri che si sono trovati in questa situazione per non dimenticare e conservare la memoria storica.

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