Cisl Medici su fatto avvenuto all’Ospedale Umberto I di Enna

Dall’altra parte della barricata:
Mi chiamo Federico Amato, sono un medico dell’Asp di Enna e lavoro
all’Ospedale Umberto I. Sono stato recentemente vittima di una circostanza
spiacevole che mi ha fatto capire quanto può essere illuminante e fonte di
ispirazione osservare le cose che viviamo quotidianamente da una
prospettiva diversa, da una angolazione opposta a quella che ci compete
per il nostro ruolo e funzione; in altri termini cosa significhi passare
dall’altra parte della barricata.
Giovedì 17 agosto alle 11:10 circa cadevo rovinosamente sul pavimento
di un corridoio dei poliambulatori del primo piano dell’Umberto I
scivolando su una pozzanghera di acqua formatasi a causa della rottura di
una condotta del controsoffitto.
Prontamente soccorso dal personale del 118 venivo trasportato al Pronto
Soccorso (e classificato come codice giallo) dove rimanevo fino alle 16:30.
Cinque ore e venti minuti lunghissime passate su una barella a cucchiaio
rigida fissando il tetto, in attesa di fare gli esami radiologici, senza
antidolorifici che avrebbero potuto mascherare sintomi e o segni in caso
di visita ortopedica o neurologica.
Cinque ore e venti minuti di un dolore sordo alla schiena con la tutina
che emanava l’odore delle acque reflue, mentre speravo con tutto il cuore
che si trattasse solo di una brutta botta e non di una frattura.
Una eternità durante la quale percepivo il convulso ritmo del pronto
soccorso dove pochi cercano di aiutare molti; dove la fragilità umana, il
dolore e l’ansia si incontrano e spesso si scontrano con le risorse limitate
a disposizione e la conflittualità con il pubblico viene fuori come carta
vetrata e ti stanca più che spaccare legna.
Un solo medico, una Dottoressa dal viso sfatto e dallo sguardo di chi
sa che deve svuotare il mare con un cucchiaio consapevole che al turno
successivo nulla sarebbe cambiato, supportata solo dal primario che di
fronte alla marea montante si è sbracciato andando in prima linea. Sullo
sfondo i pochi infermieri e gli ausiliari che muovendosi come trottole
cercavano di assistere tutti i pazienti.
Nelle orecchie risuonavano le continue e pressante richieste di tutti,
le mezze parole di rabbia, le minacce di denunce; un brusio incessante
solo interrotto a tratti dal rumore di autoambulanze da cui venivano
scaricati pazienti.
E comunque in quella situazione ero un privilegiato; mi conoscevano
tutti, le infermiere del poliambulatorio sono venute a trovarmi per vedere
se avevo bisogno di qualcosa. Tramite loro mi è stato possibile chiamare
mia moglie (nel pronto soccorso i cellulari non hanno campo), inoltre avevo
una idea di quello che mi stava succedendo e a cosa andavo incontro che
non è da tutti in quei frangenti.
Quando il collega alla fine ha allargato le braccia come per dirmi che
gli dispiaceva del tempo che aveva impiegato per prendersi cura di me con
tutto il cuore gli ho detto che aveva fatto benissimo; io ero stabile e
per il mio problema ora più ora meno non avrebbe fatto alcuna differenza
mentre durante la giornata aveva avuto a che fare con molti casi urgenti
che avevano sicuramente la precedenza. Come operatore sanitario debbo avere
la piena consapevolezza di questo fatto, ma sempre come operatore sanitario
mi domando come è possibile che il nostro pronto soccorso spesso e
volentieri sembra una zona di guerra?
In quelle famose cinque ore e venti minuti ho avuto modo di farmi questa
domanda e vorrei condividere con voi i seguenti spunti di riflessione:
Dotazione organica; ormai il periodo delle vacche grasse è finito, anzi
a dirla tutto anche quello delle vacche magre. Le risorse sono quelle che
sono e vanno adoperate al meglio, perché non ci possiamo ragionevolmente
aspettare che verranno incrementate.
Se un generale deve predisporre le sue truppe per la battaglia e sa che
la maggior parte del nemico è a nord, con qualche battaglione ad ovest e
non c’è nessuno ad est e a sud, secondo voi che fa: distribuisce le truppe
in quattro gruppi uguali oppure concentra le forze per fronteggiare il
grosso delle truppe nemiche? Dite che ho scoperto l’acqua calda? È vero,
ma mi domando quanti sono gli accessi al pronto soccorso di Enna (ed in
particolare quanti codici rossi i più gravi) e quanti quelli in tutti e
tre gli altri pronti soccorso della provincia sommati tra loro? La domanda
successiva da porsi è: come è distribuito il personale tra queste quattro
sedi? Vi invito a scoprirlo.
Solo sento di dare un consiglio a tutti gli amici che vivono a Leonforte
e nel circondario; se sospettate di avere un problema di salute serio è
inutile che vi rechiate al Capra-Branciforte. Non potranno fare altro che
prendere atto delle vostre condizioni e mettervi su di una autoambulanza
per inviarvi ad Enna.
I colleghi sono bravissimi, ma operano dietro una porta che si affaccia
sul nulla; quindi è meglio risparmiare tempo e andare direttamente dove ci
sono le strutture e i reparti capaci di dare concreto aiuto.
Lo so, quanto dico non aumenterà la mia popolarità. Ci saranno
senz’altro molti che cavalcando campanilismi di maniera mi lanceranno
fulmini e saette. E pazienza, me ne farò una ragione; solo mi sento di
citare (liberamente) De Gaspari “Un politicante si preoccupa dell’immediato
consenso, uno Statista agisce pensando al bene delle generazioni future”.
E questo senza fare riferimento a nessuno, solo come considerazione
generale.
Codici Bianchi: Vi indignate quando leggete di falsi ciechi che
percepiscono pensioni sociali di invalidità e contemporaneamente sono
campioncini di tennis o guidano allegramente macchine sportive? Fate bene,
è giusto; si tratta di individui spregevoli che ingiustamente percepiscono
risorse che non gli spettano sottraendole agli invalidi veri.
Ma dovreste arrabbiarvi anche di fronte ad un codice bianco o comunque
un codice verde, un gradino appena più grave, che maschera (sulla base di
informazioni riferite non proprio veritiere) un codice bianco.
Dietro questa espressione burocratica che letteralmente indica:
Pazienti che non avrebbero motivo di rivolgersi al P.s. perché si sarebbero
dovuti rivolgersi al proprio medico di base, e su cui tutti gli altri
codici hanno la precedenza, si nasconde un malvezzo molto diffuso.
Alcuni esempi tratti dalla mia casistica (io faccio il dermatologo):
Nonnina di 90 anni (poco prima del ponte di ferragosto con la badante che
ha chiesto le ferie) viene portata in p.s. per un ricovero provvidenziale
che permetta ai suoi familiari di godersi la sospirata festività in santa
pace. Unico neo è che i problemi della nonnina erano cronici e non si erano
modificati negli ultimi diciotto mesi durante i quali è stata seguita
dall’assistenza domiciliare, e il posto letto poteva invece essere occupato
da malati acuti che necessitavano, loro si, di cure ospedaliere per acuti.
Signorina di venti anni che soffre di acne e che è seguita da dermatologo
catanese da sei mesi circa. Si reca in pronto soccorso per un altro parere
e per chiedere se la cura che ha fatto finora era esatta (tanto il consulto
in p.s. è gratis).
Mamma che accompagna la figlia che sta partendo per andare al mare e
chiede di controllare un neo (presente fin dalla nascita e mai modificato)
perché non si sa mai.
E potrei continuare per ore, come potrebbero fare tutti gli altri
colleghi dell’ospedale. Il problema dei codici bianchi è che comunque vanno
visitati, perché bisogna toccare con mano per rendersi conto esattamente
della situazione, e poi va scritta la relazione di dimissione, Stiamo
parlando di circa trenta minuti di lavoro (mediamente). Bastano quattro
codici bianchi e si volatilizzano due ore di lavoro di medici e infermieri.
Ore-lavoro che vengono sottratte a chi viene per infarti del miocardio,
ictus, broncopolmoniti, addomi acuti etc. etc. ma anche a chi ha
correttamente programmato le visite e gli accessi ambulatoriali e che
quindi vengono subiscono ritardi su gli orari stabiliti
Quindi indigniamoci e guardiamo storto a chi pensa di adoperare il
pronto soccorso per risparmiare tempo e denaro o per altri scopi sottraendo
risorse a chi necessità di cure immediate. La disapprovazione sociale può
essere sicuramente uno strumento per combattere questo malcostume.
Ma ritengo inoltre che dovremmo fare pagare un ticket a chi viene per
codici bianchi (o comunque cerca di spacciare codici bianchi per codici
verdi) anche agli esenti (magari in misura minore) per scoraggiare questo
comportamento.
Va anche detto che spesso questi pazienti vengono istruiti a fare così;
i medici di base sono una categoria di persone eccezionali, la stragrande
maggioranza fanno il loro lavoro con dedizione e impegno senza risparmiarsi
mai. Ma non bisogna generalizzare e alcuni magari percorrono scorciatoie
e non si impegnano a dare risposte ai propri assistiti nei tempi e nei
modi adeguati.
Quindi per dare merito alla stragrande maggioranza e per meglio
indirizzare i pochi che invece non seguono la strada maestra sarebbe utile
(a mio parere) alla fine del trimestre incrociare i dati relativi ai codici
bianchi e ai codici verdi con l’anagrafe degli assisti della medicina di
base. Così si individuano quei colleghi i cui assistiti fanno più accessi
impropri (con la tecnologia informatica e affidando il lavoro ad
amministrativi esterni al pronto soccorso il controllo può essere fatto
agevolmente).
Estrapolati questi dati si convocano i medici di base i cui assistiti
hanno collezionato codici bianchi e codici verdi in modo significativamente
più alto rispetto agli altri e si invitano, per iscritto, a spiegare questo
fenomeno. Chiaramente tutto questo deve servire a valutare il loro operato
e a quantificare la somma di denaro della loro incentivazione.
A proposito sono il segretario aziendale della CISL medici, e ritengo
che l’azione sindacale deve essere anche propositiva per le politiche
sanitarie.
Affrontare i punti da me toccati non potrà essere la panacea universale
per risolvere i problemi del pronto soccorso, né penso che il mio punto di
vista debba essere considerato una verità incontrovertibile.
Ma sono sicuro del fatto che di fronte a qualcosa che non va (in generale
ed in particolare nella sanità) le sole lamentele non servono a granchè,
invece serve molto discutere in modo da fare emergere (in modo costruttivo
e non polemico) soluzioni adeguate e migliorative.

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