Ance Sicilia, Stato e Regione bloccano la riforma antimafia degli Appalti

Palermo, 25 settembre 2015 – Ormai in tutta Italia, dalla Sicilia al Piemonte, le mafie si infiltrano negli appalti pubblici grazie alle aggiudicazioni di gara col massimo ribasso, sistema consentito dalla vigente legge nazionale che recepisce il principio comunitario della più ampia concorrenza possibile.

Solo nella Regione autonoma della Valle d’Aosta e nella Provincia autonoma di Trento da anni esistono leggi diverse da quella nazionale, che riescono ad arginare i ribassi anomali.

Tutte le altre Regioni, i sindacati e le associazioni impegnate per la legalità chiedono da tempo al governo nazionale – che entro febbraio dovrebbe varare la riforma del Codice degli appalti – di dotare le amministrazioni pubbliche di un nuovo sistema capace di rendere impermeabili i pubblici incanti.

A luglio, come le è consentito dalla propria potestà legislativa in materia, ci ha provato la Regione siciliana, con una riforma innovativa fortemente voluta dall’intero comparto delle costruzioni e approvata dall’Ars con voto trasversale, che nella sua immediata applicazione ha subito bloccato trucchi, cordate e ribassi eccessivi.

Ma, inaspettatamente, il governo nazionale ha impugnato la legge presso la Corte costituzionale, sostenendo che anche in Sicilia deve continuare a prevalere l’aggiudicazione all’offerta più bassa; e addirittura il governo siciliano, che questa norma ha firmato, si appresterebbe a emanare una circolare che inviterebbe le stazioni appaltanti, nonostante la riforma resti in vigore fino alla sentenza della Consulta, a tornare al vecchio sistema.

Da parte loro, 17 fra associazioni degli imprenditori, ordini professionali, associazioni dei tecnici e sindacati di categoria chiedono invece al governo nazionale di rivedere la propria posizione affinché la riforma regionale degli appalti possa essere mantenuta integra nei suoi principi antimafiosi; e al governo regionale di difendere senza ambiguità la riforma che ha firmato e di bloccare la circolare che farebbe ripiombare il settore nelle mani di boss, riciclatori e tangentisti.

Le 17 sigle esprimono lo stupore, l’indignazione, la perplessità e la preoccupazione dell’intero comparto delle costruzioni di fronte ad un incomprensibile atteggiamento di istituzioni ai massimi livelli che, sia pure indirettamente, finirebbero per favorire la criminalità organizzata.

Pertanto associazioni e sindacati lanciano un allarme al Procuratore nazionale Antimafia Franco Roberti, al Presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone, e ai Presidenti delle commissioni Antimafia nazionale e regionale, Rosy Bindi e Nello Musumeci, affinché provino a fare comprendere al Presidente del Consiglio Matteo Renzi e al Presidente della Regione Rosario Crocetta la gravità di ciò che sta accadendo, probabilmente a loro insaputa o dietro cattivi consigli o forti pressioni.

Forse i due governanti non sanno che proprio la Corte costituzionale ha già stabilito che negli appalti il principio della massima concorrenza voluto dall’Ue non può essere prioritario rispetto alla lotta alla mafia, soprattutto in Sicilia, dove, in un appropriato sistema costituzionale di bilanciamento degli interessi, deve rilevarsi che il contrasto all’infiltrazione della criminalità organizzata costituisce non solo un interesse prevalente rispetto alla tutela della concorrenza, ma addirittura il presupposto di una tale tutela (sentenza Corte costituzionale numero 288/2007).

Per la Consulta, in assenza di un tale contrasto vero e diretto che incida sui capitali delle mafie, l’invocata tutela dell’effettivo confronto concorrenziale si limita ad essere una mera affermazione di principio e di calligrafico rispetto degli ambiti di potestà legislativa.

La Corte ha poi sancito che il principio della concorrenza deve essere oggetto di bilanciamenti con il principio dell’utilità sociale e con altri interessi di rango costituzionale. Esito particolarmente significativo di questo processo è stata la sentenza numero 270 del 2010 sul “caso Alitalia”.

Dunque, sul tema “mafia e appalti” si sa già come la pensano i giudici costituzionali. Perché fare ricorso facendo perdere tempo e impedendo l’applicazione di uno strumento efficace nella lotta alle illegalità? A chi giova tutto questo?

In questa rappresentazione dell’assurdo, chi sarà a ringraziare e chi si farà ringraziare? Quale volontà perversa si sta opponendo in Italia e in Sicilia al cambiamento positivo e trasparente?

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