Ance Sicilia incontro il Presidente dell’Anac Cantone

L’ANCE SICILIA INCONTRA IL PRESIDENTE DELL’ANAC CANTONE

FERRARA: “IL CODICE APPALTI NON BLOCCA DEL TUTTO LE DISTORSIONI:

STRETTA SULLE PMI, MA PORTE APERTE AI GENERAL CONTRACTOR;

SOLO SOTTO 1 MILIONE DI EURO SI APPLICA IL METODO TRASPARENTE DELL’ESCLUSIONE AUTOMATICA DELLE OFFERTE ANOMALE CHE IMPEDISCE I RIBASSI ECCESSIVI E LE TURBATIVE”

CANTONE: “NORMA BLOCCA FINTI RIBASSI, MA C’E’ RISCHIO DI BANDI AD HOC”

Palermo, 30 settembre 2016 – “L’Ance condivide gli obiettivi principali del nuovo Codice degli appalti, ma la riforma contiene varie anomalie attraverso le quali possono infiltrasi distorsioni e turbative di mercato”. Lo ha detto Rosario Ferrara, vicepresidente di Ance Sicilia, al presidente dell’Autorità nazionale Anticorruzione, Raffaele Cantone, durante un incontro nei giorni scorsi sul Codice appalti entrato in vigore lo scorso 19 aprile e che, non prevedendo un periodo di transizione, ha quasi bloccato in tutta Italia l’attività delle stazioni appaltanti.

Infatti, secondo i dati Ance, dopo l’entrata in vigore del Codice in Italia si è registrata una contrazione del 75,2% di importi. In Sicilia dal 19 aprile al 31 agosto sono state bandite solo 17 opere. La stessa Anac ha rilevato una riduzione del 58% di gare e del 74,2% di importi fra il 19 aprile e il 31 maggio scorsi.

Fra le anomalie – ha proseguito Ferrara – , se da un lato la norma pone tantissime ristrettezze alla partecipazione delle piccole e medie imprese all’esecuzione di lavori pubblici (anche accanendosi sul subappalto ora consentito in forma limitata solo se previsto espressamente dal bando di gara), dall’altro lato assicura invece porte aperte sempre, anche nei piccoli appalti, ai General contractor che, come raccontano periodicamente le cronache, non rispettano le regole e fanno in pratica ciò che vogliono”.

Ferrara ha spiegato che “la riforma vieta di bandire gare d’appalto su progetti soltanto definitivi e non anche esecutivi. Poiché gli enti pubblici hanno pronti pochi progetti esecutivi, per aggirare il divieto stanno ricorrendo sempre più spesso, anche per opere di piccoli importi, agli affidamenti ai Contraenti generali, strumento che scavalca i buoni propositi del Codice. Un fenomeno che l’Ance ha già segnalato all’Anac. Le imprese di normali dimensioni, dunque, in questa fase vengono tagliate fuori dal mercato dei lavori pubblici. Per questo chiediamo che sia consentito di utilizzare lo strumento dell’appalto integrato per progetti definitivi varati entro il 19 aprile scorso”.

E a proposito di corruzione – ha aggiunto Ferrara – il Codice solo nelle gare di importo fino a 1 milione di euro riesce ad evitare, con la loro automatica esclusione, le offerte anomale dai ribassi elevati, quelle cioè dietro le quali quasi sempre si nascondono illegalità e mafia. E c’è da notare che stranamente questa tipologia di bandi rappresenta l’84% di quelli rimasti fermi dopo l’entrata in vigore della riforma: l’Anac dovrebbe verificare come mai le pubbliche amministrazioni stiano tardando ad espletare queste gare”.

Fra le altre richieste di modifica già presentate dall’Ance alle commissioni Lavori pubblici e Ambiente di Senato e Camera: assegnare il diritto di subappaltare lavori per il 30% di importo della categoria prevalente, e per il 100% delle categorie scorporabili così come indicano le ultime pronunce della Corte Ue che tendono a non imporre un limite al subappalto; estendere l’esclusione automatica delle offerte anomale alle gare per importi fino a 2,5 milioni di euro e scegliere i commissari di gara tramite sorteggio esterno; prendere in considerazione gli ultimi dieci anni d’attività e non cinque per comprovare i requisiti di un’impresa, tenuto conto della perdurante crisi.

Raffaele Cantone, dal canto suo, nel dirsi convinto che “il nuovo Codice degli appalti alza un muro contro i finti ribassi d’asta cui seguiva il facile ricorso alle varianti che in passato ha prodotto tanti sprechi di denaro pubblico”, ha però ammesso che “il sistema dell’offerta economicamente vantaggiosa può creare il rischio della formazione di bandi ad hoc. Una possibilità che diventerà residua non appena riusciremo a ridurre, come è previsto, il numero delle stazioni appaltanti in Italia da 36.000 a poco meno di 1.500».

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