Le tre donne che cambiarono la storia della Sicilia

Le tre donne che cambiarono la Storia della Sicilia

La storia umana è sempre stata caratterizzata dalle lotte tra uomini e dalle loro contese.
I maschi dell’umanità, da che mondo è mondo, si sono sempre scannati tra di loro per il potere e per il possesso di risorse e territori.

Ovunque è sempre stato così o almeno questo è ciò che tutti pensiamo.

In Sicilia però le cose, a volte, sono andate diversamente. Alcune importanti vicende della nostra isola furono infatti fortemente influenzate dalla vita e dalle azioni di alcune donne che impressero una svolta alla Storia contribuendo a determinare, nel bene o nel male, ciò che noi siamo oggi.

La conquista musulmana della Sicilia ebbe inizio con la storia d’amore tra il Turmarca bizantino Eufemio da Messina e Omozia (o Omoniza secondo alcuni autori tra cui l’Amari), donna di rara bellezza. Governatore della Sicilia era allora il Patrizio Gregorio il quale, probabilmente invaghito della stessa fanciulla, tolse Omozia ad Eufemio e la fece rinchiudere in un convento.

Eufemio, grande generale e molto amato dai suoi soldati, non tardò a vendicarsi: dapprima liberò Omozia, quindi uccise Gregorio e si fece proclamare re di Sicilia. Questi accadimenti non furono per nulla graditi all’Imperatore d’Oriente Michele il Balbo che inviò in Sicilia un nuovo Patrizio, Fiorino il quale riuscì a riprendere il controllo della situazione. Eufemio per evitare la cattura fuggì in Africa e si rifugiò presso l’Emiro Aglabide di Tunisia al quale chiese aiuto per riconquistare la Sicilia. L’Emiro all’inizio fu alquanto titubante alla proposta di Eufemio ma infine sia lui che altri nobili arabi furono convinti dal Cadì Assad Ibn Al Furat ad iniziare la guerra di conquista.

Gli Arabi sbarcarono a Mazara nell’anno 827 e da qui iniziarono la penetrazione in Sicilia che fu completata dopo oltre 70 anni ed innumerevoli battaglie contro gli eserciti bizantini.

Eufemio perse la vita l’anno successivo allo sbarco durante una sua visita a Enna ove si era recato per cercare alleati tra i suoi vecchi commilitoni. Qui due fratelli, fingendosi suoi amici, lo avvicinarono e mentre uno dei due lo abbracciava l’altro lo colpì violentemente sul capo uccidendolo. Quindi, dopo averlo decapitato, portarono la sua testa mozzata dentro la città come trofeo. Nessuno sa quale sia stato il destino di Omozia e cosa abbia fatto la bella fanciulla siciliana dopo la sua liberazione e anzi, per la verità, tutte le vicende della sua storia d’amore con Eufemio sono sempre rimaste avvolte nel mistero poiché i vari autori che se ne sono occupati, hanno fornito versioni differenti tra loro dei fatti narrati. Appare tuttavia evidente come la figura di Omozia, qualunque sia stato il reale svolgimento delle vicende che la videro protagonista insieme con Eufemio da Messina, sia stata all’origine della Storia della Sicilia da quel momento in poi.

Il dominio arabo, dopo circa due secoli, cominciò a vacillare per le contese sorte tra i capi e ben presto si giunse ad una spartizione del territorio. Il Kaid Ibn Hawwasci divenne il signore di Qasr Yani (Enna), Gergent (Agrigento) e Kars-nubu (Castronovo). La signoria di Catania fu presa da Ibn Mekluk che sposò Meimuna sorella di Ibn Hawwasci. Siracusa venne governata da Ibn Thimna.
Verso l’anno 1050 il Kaid di Siracusa attaccò Ibn Mekluk e, come ci racconta lo storico Michele Amari nella sua “Storia dei Musulmani di Sicilia” lo debellò, lo uccise, si impadronì del suo territorio e ne sposò la vedova.

Meimuna era una donna coraggiosa e d’indole ribelle. Spesse volte si ritrovava a litigare violentemente con il marito il quale una sera, nel corso di un alterco e mentre era ubriaco, le fece tagliare le vene dei polsi. Prontamente soccorsa da un figlio di lui di nome Ibrahim, riuscì a salvarsi. L’indomani, rinsavito dalla sbornia e pentito per ciò che aveva fatto, Ibn Thimna chiese scusa a Meimuna la quale finse di perdonarlo.

Qualche tempo dopo la donna espresse il desiderio di andare a trovare il fratello e la sua famiglia a Enna. Le fu concesso e così Meimuna potè riabbracciare Ibn Hawwasci al quale subito raccontò i maltrattamenti ricevuti dal marito. Il signore di Enna promise di non rimandarla mai più a Catania e mantenne questa promessa anche quando, dopo un certo periodo di tempo, venne reclamata con insistenza dal marito. Presto tra i due Kaid si giunse allo scontro armato. Ibn Thimna ebbe la peggio, le sue truppe furono annientate e lui stesso fu inseguito dall’esercito del cognato fino alle porte di Catania. Perso ogni controllo del suo stesso territorio, umiliato e sconfitto, Ibn Thimna fuggì da Catania e, attraversato lo stretto di Messina, si rifugiò a Mileto in Calabria presso i Normanni comandati dal Conte Ruggero D’Altavilla mettendosi a sua disposizione ed offrendo i suoi servigi per la conquista della Sicilia. Per convincere il Conte Ruggero, lasciò in ostaggio uno dei suoi figli.

I Normanni attraversarono lo stretto nel 1061 ed espugnarono la fortezza di Rametta vicino Messina. Iniziò così una guerra che in circa 30 anni consentirà al Conte Ruggero di conquistare la Sicilia strappandola agli Arabi.

Ibn Thimna, tornò in Sicilia combattendo al fianco dei Normanni; nel 1062 giunto nei pressi di Entella, perse la vita per mano delle locali popolazioni arabe che lo avevano attirato con il pretesto di avviare una trattativa e che non gli avevano perdonato il tradimento.

Ibn Hawwasci morì in combattimento ad Agrigento nel 1066. Nessuna ulteriore notizia abbiamo invece di Meimuna, sorella del Kaid di Enna e seconda moglie di Ibn Thimna che tanta importanza ebbe nel determinare gli avvenimenti che cambiarono il destino della Sicilia.

A Ibn Hawwasci successe Ibn Hamud, ultimo Kaid di Enna.

Moglie di questi era una donna di Agrigento di cui non ci è stato tramandato il nome. Come scrive Settimio Biondi nel suo saggio “La donna nella Storia di una città: Agrigento”, “della donna di cui stiamo per occuparci non si è mai occupato, a quanto sappia, nessuno. E non meno dimostrativa e sintomatica è la circostanza che essa non abbia più un nome, che lo abbia cioè smarrito. Forse gli storici hanno trascurato di trasmettercelo non avendo sufficientemente riflettuto sul ruolo cui si trovò ad assolvere ad un certo punto della propria esistenza.”

Eppure la moglie di Ibn Hamud ebbe anch’essa un’importanza fondamentale nella Storia siciliana e molte delle vicende che seguirono furono la conseguenza dell’agire femminile di questa sconosciuta protagonista.

Nel 1087 i Normanni avevano già conquistato una larga parte della Sicilia. Rimanevano in mano araba però ancora alcune roccaforti fondamentali: Noto, Butera, Agrigento e l’imprendibile Enna. Ciò significava che era ancora sotto il dominio arabo quasi tutta la costa siciliana confinante con il mare africano e gran parte del territorio più a nord fino al centro della Sicilia. Ibn Hamud si era asserragliato a Enna, lasciando la moglie ad Agrigento in compagnia dei figli. Riteneva in questo modo di attirare Ruggero al centro della Sicilia, sperando che la città fosse assalita solo successivamente all’espugnazione di Enna.

Contrariamente alle previsioni dell’ultimo Kaid di Sicilia, il Conte Ruggero decise invece di attaccare Agrigento e particolarmente il castello in cui evidentemente sapeva essere asserragliati la moglie e i figli di Ibn Hamud. Dopo circa quattro mesi d’assedio la città capitolò e la famiglia di Ibn Hamud venne catturata. Gli illustri prigionieri vennero trattati con ogni riguardo dai Normanni e ben presto dall’incontro e dal confronto tra il Conte Ruggero e la moglie di Ibn Hamud scaturì qualcosa che determinò un cambiamento di strategia e forse un ripensamento del vincitore.
Scrive ancora a tal proposito Settimio Biondi: “Essa illuminò con scaltra saggezza il conquistatore sulle alternative del prossimo scontro. In una condizione di dignità e di semilibertà negli incontri quotidiani con il normanno, mediò una fondamentale opzione di pace.”

Nessuno sa cosa abbia detto la donna al Conte Ruggero ma è certo che in seguito ai numerosi colloqui tra i due, “la condotta di Ruggero nei confronti di Ibn Hamud, raggiunto ed assediato a Enna, si diversificò dalla conduzione dei precedenti fatti d’armi. L’evento militare si permeò di considerazioni politiche, civili e persino morali.”

Il Conte normanno chiese di incontrare il condottiero arabo e così facendo divenne il consapevole portavoce della moglie di questi che in tal modo riuscì a dialogare con il marito per interposta persona. La consorte di Ibn Hamud insieme con la sua famiglia si era già convertita al Cristianesimo ed aveva concertato con Ruggero una strategia che, se fosse stata accettata anche dal marito, avrebbe consentito di trasformare una sconfitta certa in una vittoria per sé e la propria famiglia.
Ibn Hamud accettò il piano proposto dalla moglie e riferitogli dal Conte, concordando con questi la sua finta cattura e la consegna della città senza spargimenti di sangue. Il Conte Ruggero entrò a Enna da settentrione nel 1088 ed innalzò il suo gonfalone rosso nel punto ove poi sorse la piccola chiesa di Kamuth, eretta per ricordare l’avvenimento. Ibn Hamud ricongiuntosi con la sua famiglia ad Agrigento si converti al Cristianesimo e nello stesso anno ricevette a Sciacca il battesimo per mano del vescovo Gerlando mutando il suo nome, in segno di rispetto verso il Conte normanno, in Ruggero Camuto.

Non sentendosi al sicuro in Sicilia, l’ultimo signore di  Enna si trasferì con tutta la famiglia a Mileto in Calabria dove aveva ricevuto dal Conte Ruggero grandi possedimenti terrieri in grado di far vivere lui ed i suoi in grande agiatezza.

La caduta di Enna segnò di fatto la fine del dominio arabo in Sicilia. Noto e Butera si arresero poco dopo. Nel 1091 la conquista normanna poté considerarsi conclusa. L’antica Enna, divenuta Qasr Yani durante la dominazione araba, fu ribattezzata dal Conte Ruggero con il nome di Castrogiovanni.

Michele Pirrera

Bibliografia:

Mirko Ratti “La conquista araba della Sicilia tra leggenda e realtà

Michele Amari “Storia dei Musulmani di Sicilia” Vol 1, 2

Settimio Biondi “La donna nella Storia di una città: Agrigento

Giuseppe Candura “Storia di Sicilia Enna – Castrogiovanni Urbs Inexpugnabilis” Edizioni Rotary Club – Enna

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